La sostenibilità finanziaria a rischio?

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Se un tempo era del tutto impensabile parlare di finanza sostenibile con riguardo all’industria bellica, oggi invece ciò costituisce tutt’altro che un’utopia. Tant’è vero che le dinamiche belliche che hanno caratterizzato negli ultimi anni il quadro interazionale hanno reso necessario intervenire anche in materia di finanziamenti sostenibili in ragione del loro fondamentale contributo nel garantire la difesa, la sicurezza e la democrazia. Si tratta di un intervento che ha reso necessario ampliare i questionari previsti dalla direttiva MiFID II sulla sostenibilità a un’analisi del settore della difesa in modo tale che quest’ultimo non venga escluso automaticamente dal novero dei finanziamenti sostenibili, ma che, al contrario, venga valutato alla luce dei criteri ESG (environmental, social e governance) di ogni società. Tali operazioni hanno però finito per dare luogo a posizioni fortemente contrapposte: da un lato vi è chi cerca di giustificarle e di trovare un fondamento normativo e, dall’altro lato vi è chi nega qualsiasi compatibilità tra i due concetti.

Della prima categoria fa parte l’Euronext, il principale gruppo borsistico paneuropeo, il quale ha proposto una nuova lettura dell’acronimo ESG che tenga conto non solo dei criteri ambientali, sociali e di governance, ma anche di quelli di energia, sicurezza e geostrategia. Si tratta di una proposta che mira a rafforzare l’autonomia strategica europea e a fornire una risposta adeguata alle crisi energetiche, ai vari conflitti e tensioni globali. Nella stessa direzione si muove anche la Commissione Europea la quale, con la comunicazione del 30 dicembre del 2025, a seguito della proposta di revisione del Regolamento relativo all’informativa sulla finanza sostenibile (SFDR) presentata il 20 novembre dello stesso anno, ha precisato che il settore della difesa può costituire oggetto di investimento sostenibile.

Secondo coloro che reputano necessario intervenire in tal senso, la principale ratio alla base di tale scelta andrebbe ravvisata nella circostanza che senza sicurezza non sarebbe possibile parlare di sostenibilità: garantire la sicurezza e l’ordine politico rappresenterebbe un presupposto indispensabile per realizzare i fini cui sono preordinati i finanziamenti sostenibili, ossia contribuire a un’economia più sostenibile e a un futuro più rispettoso dell’ambiente con impatti positivi sul pianeta e sulla società. Secondo taluni a un primo sguardo ciò potrebbe sembrare un ossimoro, ma in realtà si tratterebbe di una scelta perfettamente compatibile con il concetto di finanza sostenibile e che nascerebbe dall’esigenza che si è affermata a partire dal 2022, ossia dallo scoppio della guerra in Ucraina e della conseguente minaccia del presidente della Federazione Russa Vladimir Putin di colpire i centri decisionali di Kiev e di ricorrere alle armi nucleari. Questo, nonché gli altri conflitti che si sono susseguiti nel corso degli ultimi anni, hanno agevolato gli interventi in tale senso e hanno contribuito ad accrescere in maniera notevole gli investimenti ESG nella difesa: tra il 2021 e il 2025 gli investimenti “verdi” nel settore della difesa sono passati da 14,5 a 49,8 miliardi di euro (dati risultanti da un’analisi che prende in esame 3.037 fondi ESG che hanno inserito titoli di difesa nei portafogli e 118 società quotate tra le più capitalizzate a livello globale). Tutto ciò si inserisce nel più ampio piano del “ReArm Europe” della Commissione europea pubblicato il 19 marzo del 2025 che mira a stanziare 800 miliardi di euro entro il 2030 allo scopo di rafforzare le infrastrutture della difesa europea in risposta alle minacce geopolitiche.

Alla luce di tali modifiche, la Commissione europea ha precisato che l’individuazione delle società operanti nel settore bellico non può avvenire in maniera indiscriminata e arbitraria. Ricordiamo, difatti, che la normativa MiFID II, nell’imporre alle imprese di investimento di prendere in considerazione le preferenze di sostenibilità dei propri clienti, fa esplicito riferimento alla Sustainable Finance Disclosure Regulation (SFDR) e al Regolamento (UE) 2020/852 (Tassonomia). Per quanto concerne la normativa SFDR è più probabile che l’apertura al settore della difesa riguardi più i fondi “light green” di cui all’art. 8 SFDR, piuttosto che quelli “dark green” di cui all’art. 9 SFDR. Ciò si spiega in virtù del fatto che mentre i primi si limitano a promuovere caratteristiche ambientali e sociali senza prevedere un obiettivo vincolante di sostenibilità, i secondi riguardano fondi con obiettivo di investimento sostenibile dichiarato e sono vincolati a criteri stringenti nonché a una coerenza sostanziale tra obiettivi dichiarati e investimenti effettuati. D’altro canto, il Regolamento (UE) 2020/852 ha introdotto la tassonomia delle attività ecosostenibili che consente di classificare le attività in base agli obiettivi ambientali dell’Unione Europea e al rispetto di clausole avente carattere sociale. Gli obiettivi del Regolamento (UE) 2020/852 riguardano due categorie:

La prima categoria attiene al versante ambientale

  • Mitigazione del cambiamento climatico
  • Adattamento al cambiamento climatico, ossia miglioramento della resilienza ai fenomeni climatici estremi
  • Uso sostenibile e protezione delle risorse idriche e marine
  • Transizione verso l’economia circolare, inclusa la riduzione e il riciclo dei rifiuti
  • Prevenzione e controllo dell’inquinamento
  • La protezione e il ripristino della biodiversità e della salute degli ecosistemi

La seconda categoria attiene al versante sociale

  • Lavoro dignitoso
  • Adeguati standard di vita
  • Comunità sostenibili ed inclusive

 

È, inoltre, particolarmente interessante osservare che originariamente la MiFID II, facendo diretto riferimento “agli investimenti sostenibili” definiti nell’SFDR e “agli investimenti ecosostenibili” definiti nella tassonomia UE, prevedeva che gli operatori, al fine di valutare se un prodotto da loro distribuito soddisfacesse o meno le preferenze di sostenibilità, dovevano prendere in debita considerazione non solo il principio delle garanzie minime di salvaguardia come previsto dal Regolamento sulla Tassonomia dell’UE, ma anche il principio DNSH (“do no significant harm”) in base al quale affinché un’attività poteva dirsi sostenibile non doveva arrecare alcun danno significativo all’ambiente; ad oggi quest’ultimo principio è venuto meno a seguito della revisione dell’SFDR. Tale eliminazione ha però comportato in concreto una riduzione della capacità di adattamento ai cambiamenti climatici e ha finito per compromettere l’efficacia dei progetti di investimento sostenibile in quanto ha reso più difficile garantire che gli investimenti siano realizzati senza pregiudicare le risorse ambientali, e, così facendo, ha aumentato il rischio del “war washing”, ossia quella pratica che consiste nell’includere prodotti di aziende di armamenti in portafogli verdi promuovendoli come “sostenibili” pur non essendo conformi ai criteri ESG. Un ulteriore aspetto curioso è dato dal fatto che se fino al 2025 nella prassi regolamentare i fondi che si dichiaravano ESG escludevano le cosiddette “armi controverse”, categoria nella quale rientrano le armi nucleari, le mine antiuomo, le munizioni a grappolo, le armi chimiche e biologiche, gli armamenti basati su uranio impoverito e fosforo bianco, a partire dall’inizio del 2026 è entrato in vigore un documento con il quale la Commissione europea ha sostituito la categoria delle “armi controverse” con quella delle “armi vietate”, apportando così una modifica alle regole europee sulla finanza sostenibile.

La seconda categoria include soltanto le mine antiuomo, munizioni a grappolo, armi chimiche e armi biologiche, rendendo così concreta la possibilità di ritenere compatibile con i criteri ESG i finanziamenti in aziende coinvolte nella produzione delle armi nucleari. È proprio alla luce della tassonomia europea e delle varie modificazioni che sorgono le principali perplessità e che giustificano alcuni interrogativi: possono i finanziamenti in armamenti apportare effettivamente un contributo utile alla sostenibilità? Tali interventi e modificazioni si basano su ragioni di sostenibilità o su ragioni di natura diversa?

Nel rapporto The security we need il Segretario Generale delle Nazioni Unite ha precisato che un aumento delle spese militari finisce soltanto per aumentare la falsa percezione di sicurezza in quanto più armi non garantiscono la stabilità, ma anzi rendono ancora più concreta la probabilità di conflitti ed escalation. Si tratta di un rischio che se concretizzato finisce inevitabilmente per portare devastazione sistematica causando distruzione su tre livelli principali: umano, infrastrutturale ed ecosistemico. Si tratta, quindi, di conflitti che danno luogo a effetti negativi a lungo termine, spesso rendendo interi territori inabitabili e compromettendo la vita delle generazioni future. In più, nel medesimo rapporto si pone l’accento sul fatto che ogni euro speso in armi finisce per generare il doppio del gas serra rispetto a un euro investito in altri settori. Dunque, è la realtà stessa a dimostrare che la finanza sostenibile europea è sempre più influenzata da obiettivi industriali e geopolitici piuttosto che di sostenibilità.

A sostengo di tale affermazione ricordiamo che non è la prima volta che il concetto di sostenibilità sia stato reinterpretato come compatibilità con obiettivi strategici di medio periodo anziché come coerenza ambientale e sociale in senso stretto: lo stesso approccio era stato adottato dalla Commissione con riguardo al gas naturale, energia nucleare civile e infrastrutture strategiche. Da quanto detto si evince che, pur essendo vero che nell’ambito della MiFID II non è possibile individuare alcuna diposizione che imponga agli operatori di ritenere che gli investimenti nel settore della difesa abbiano effetti negativi per la sola ragione di operare in tale settore e che tali investimenti non dovrebbero essere offerti ad alcun cliente avente preferenze di sostenibilità, la realtà dimostra che tali interventi finiscono inevitabilmente per snaturare il concetto di finanza sostenibile e per rimettere in discussione tutto l’impianto della sostenibilità e, più precisamente, gli aspetti che vengono definiti ESG.

Dal mio punto di vista, la Commissione europea dovrebbe adottare una posizione netta ponendo un espresso divieto circa la possibilità di considerare il settore bellico compatibile con il concetto di finanza sostenibile e ciò in ragione del fatto che investire in tale settore, oltre a non essere etico, non può essere neanche socialmente utile. Tant’è vero che spacciare gli investimenti nel settore bellico per sostenibili finisce per dare luogo a una reazione a catena con risultati che sono ben lontani dal concetto di sostenibilità: ciò comporta, difatti, un aumento del numero degli investitori in tal campo, contribuisce ad alimentare un clima di allarme a livello globale che induce inevitabilmente i leader dei vari Stati a rafforzare le proprie difese in quanto spinti dal timore di possibili attacchi, disporre di più armi e di uno Stato con infrastrutture difensive particolarmente adeguate a far fronte a un possibile conflitto potrebbe aumentare gli atteggiamenti bellicosi da parte dei leader e accrescere le probabilità che ciò si verifichi.

Per scongiurare una tale evenienza sarebbe più opportuno procedere al disarmo, adottare un approccio basato sulla diplomazia e, soprattutto, i consulenti finanziari, nel rendere il loro servizio, dovrebbero affiancare i propri clienti e aiutarli a comprendere i reali rischi che potrebbero effettivamente derivare dall’investire in prodotti finanziari di questo genere in modo tale che i clienti possano avere un’effettiva consapevolezza degli impatti che i loro investimenti possano avere.

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